LE TESTIMONIANZE, DALLA VIVA VOCE DI.....
Rino GRAVATI, reduce da Cefalonia
Rino Gravati, classe 1921, non aveva ancora vent'anni quando nel gennaio
del 1941 si trovò in una caserma di Silandro (Bz), assegnato
al 17° Fanteria della Divisione Acqui.
Nel settembre dello stesso anno fu mandato in Grecia, a Cefalonia, dove
il suo reggimento era arrivato per presidiare l'isola insieme ai tedeschi.
Nell'isola la vita militare non era insopportabile, con la popolazione
locale c'era cordialità, i greci volevano bene a noi soldati
italiani.
Ma con l'8 settembre a Cefalonia comincia la tragedia.
" Da alleati siamo diventati di colpo nemici dei tedeschi. Il generale
Gandin rifiuta di cedere le armi e il 15 di settembre comincia la vera
guerra.
Furono sette giorni terribili: la mia compagnia, composta di circa 200
uomini fu annientata. Ho visto cadere falciato da una raffica di mitraglia
il capitano Giorgio
Balbi di Parma, che si trovava proprio dietro di me; della mia
squadra su sette uomini siamo sopravvissuti in due.
Non riuscivo a pensare a niente, tanto prima o poi tutto sarebbe finito!
Fortuna volle che fui tra i pochi a salvarmi da quell'inferno".
Fu fatto prigioniero e internato in un campo di concentramento in Serbia
e condannato ai lavori forzati lungo una via ferroviaria.
Fu poi trasferito vicino a Vienna, dove fece il barbiere del campo,
poi scappò e, dopo alcune peripezie, fu catturato ; nel 1945
fuggì di nuovo e prendendo la strada per Innsbruck, salì
su un camion per l'Italia e poi a Fidenza.
" Certe esperienze cambiano dentro e, in mezzo a tanto odio, ho
imparato a non odiare".
Severino
ANNONI, reduce da Cefalonia
L'artigliere del 33°Rgt. Artiglieria Severino Annoni, classe 1921,
si trovava a Cefalonia durante i fatti seguiti all' 8 settembre 1943,
quando la divisione Acqui venne decimata dai tedeschi, come lui sottolinea
"ex alleati" .
Nella sua intervista - testimonianza, Annoni ha premesso che, al contrario
dei tedeschi, i rapporti con la popolazione locale erano cordiali e
lo dimostra il fatto che alcuni soldati mangiavano da famiglie greche
e che si aiutavano a vicenda nei lavori.
Ha ricostruito poi i fatti a partire dall' 8 settembre:
"Il giorno dell' armistizio , noi italiani eravamo contenti perché
credevamo di tornare in patria, ma dopo un momento di euforia e di felicità,
cominciammo ad avere dei dubbi su quello che sarebbe successo in seguito:
i tedeschi sono ancora nostri alleati? Riusciremo a tornare a casa o
i tedeschi si prenderanno gioco di noi?
Dall' Italia non arrivò nessun messaggio, primo chiaro segnale
che eravamo stati abbandonati al nostro destino. Ci furono numerosi
incontri e trattative tra il comando italiano e il comando tedesco per
decidere le sorti dei due eserciti e alla fine Gandin, sottomesso ai
tedeschi, diede l'ordine di consegnare le armi, ma noi soldati non eravamo
consenzienti.
Il 13 settembre due navi tedesche cariche di soldati e armi, tentavano
di attraccare al porto di Cefalonia (protetto da decine di mine a comando),
ma Pampaloni e Apollonio le attaccarono costringendole alla ritirata
e affondandone una: da allora cominciarono le ostilità con i
tedeschi.
Il giorno seguente arrivò l'ultimatum tedesco, perciò
il generale Gandin chiamò gli ufficiali per discutere sul da
farsi.
Il 14 settembre, Gandin fece un referendum al 317° e 17° fanteria
chiedendo chi volesse combattere i tedeschi e chi no; la maggior parte
dei soldati decise di non consegnare le armi e combattere i tedeschi,
fu un momento importante.
Quello stesso giorno un fatto inspiegabile, una strategia militare sbagliata:
il gen. Gandin prese la decisione di abbandonare le alture al centro
dell' isola, spostando le batterie e - grave errore tattico - non si
sarebbero più potuti battere i punti di sbarco ostacolando i
rinforzi tedeschi e proprio in quello stesso punto sbarcarono i rinforzi
tedeschi, con l'ordine di annientare i sodati italiani.
Dal 15 settembre fino al 23, gli Stukas bombardarono Cefalonia costringendo
la divisione Acqui ad arrendersi chiedendo la resa (ricordo con commozione
il gen.Luigi
Gherzi, ucciso con la bandiera bianca in mano).
Una parte dei superstiti (1800 soldati) venne imbarcata, ma le loro
navi non giunsero mai a destinazione perché affondarono sulle
mine che la marina non aveva tolto (volutamente).
Gli altri sopravvissuti, di cui facevo parte, rimasero nei campi di
prigionia a Cefalonia dai quali però riuscii a fuggire la notte
di Natale, ma solamente per andare a fare gli auguri ad una famiglia
greca che mi aveva più volte ospitato.
Ricordo con dolore tutte le lettere e le foto dei famigliari dei soldati
che gettammo in mare, in quanto quei ricordi rappresentavano l'anima
del soldato, morta con loro.
Grazie agli inglesi fummo imbarcati ed arrivammo con nostra felicità
a Taranto, dove non ricevemmo alcuna onorificenza.
Finalmente il 1° Maggio 1945 tornai a Fidenza".
Angela
BETTI , figlia di Gino BETTI, morto a Cefalonia il 15.09.1943
Il padre della signora Angela
Betti era un radiotelegrafista, ucciso da una mitragliata nel casetto
del telegrafo durante il primo attacco tedesco a Cefalonia.
La Grecia era lontana dal fronte bellico, tanto che i soldati trovarono
un'atmosfera serena. Il signor Betti allevava conigli assieme ad un
suo amico, in una situazione resa possibile anche dal clima di amicizia
creatosi tra i soldati italiani e la popolazione greca; ne è
un esempio il monumento che i Greci hanno fatto ai soldati italiani
caduti a Cefalonia. Con la paga del militare, Betti riusciva anche a
comprare dell'olio che spediva in Italia, ai suoi famigliari.
Nonostante questa situazione di generale "benessere", in una
lettera alla moglie il 07/07/1943 Betti scrive : "Si spera sempre
che non succeda mai niente.". Questa frase può essere vista
in due modi. Può essere semplicemente l' augurio che tutto continui
così, oppure può lasciar presagire la possibilità
che si verifichino problemi. In questo caso la frase può essere
collegata al fatto che durante il periodo luglio - agosto, i soldati
tedeschi si preparavano a sostenere il "tradimento" italiano?,
come sarebbe confermato nel comunicato del 25 luglio del Comando supremo
della Wehrmacht (OKW):
"La situazione italiana rimane oscura. Non sono esclusi improvvisi
eventi decisivi. Ad essi possono essere legate crisi dell'esercito italiano
che esigono un intervento immediato. In questo caso il Comando supremo
d'occidente e del sud est hanno il compito di prendere il comando dei
settori italiani di loro competenza, di assicurare la difesa delle coste
e di mantenere l'ordine nel retroterra. Si devono prendere misure atte
a mantenere al nostro fianco le parti dell'esercito italiano e della
milizia che desiderano ancora combattere. Le altre vanno disarmate e
per quanto possibile internate." [Gian Enrico Rusconi, "Cefalonia,
Quando gli Italiani si battono".]
Risulta evidente che il Comando tedesco era preparato ad un "tradimento"
italiano e quindi aveva già predisposto un piano nell'eventualità
di dover gestire il voltafaccia italiano.
Da notare è anche il fatto che non si prevede nessun rimpatrio
per coloro che non accettano di combattere a fianco dei Tedeschi, ma
solo un internamento, molto probabilmente nei campi di concentramento.
Dopo aver imprigionato e ucciso gli Italiani, i soldati Tedeschi si
sono impossessati delle cassette dei soldati Italiani, segno di grande
disprezzo verso gli ex alleati.
TESTIMONIANZE... DAI LIBRI LETTI
MARIANO BARLETTA, SOPRAVVISSUTO A CEFALONIA
Nel giugno del 1943 il tenente di complemento Mariano Barletta, in servizio
alla Capitaneria del porto di Napoli e insegnante all'Istituto Nautico,
riceve l'ordine di partire per una base nelle isole Ionie. Prima destinazione:
Santa Maura e poi Cefalonia. Sull'isola che sarà teatro dell'eroico
sacrificio della Divisione Acqui trucidata dai nazisti dopo l'8 settembre,
ha inizio l'odissea del tenente Barletta e dei suoi compagni.Il
suo libro "Sopravvissuto a Cefalonia" è
una delle tante testimonianze della vicenda avvenuta circa sessant'anni
fa a Cefalonia e che ancora oggi racchiude dei segreti.
Il racconto del tenente Mariano Barletta, in servizio alla Capitaneria
del porto di Napoli e insegnante all'Istituto Nautico, è soprattutto
un diario intimo sul quale egli annotò i ricordi delle sue disavventure:
la resistenza, il massacro, la fuga, la clandestinità, la lotta
per la sopravvivenza, il rimpatrio. I caratteri del libro sono tipici
di una classica storia avventurosa: l'intreccio complesso, l'elemento
sorpresa, le difficoltà, i tradimenti, la speranza, la paura
e i cedimenti. Ci sono, soprattutto, il sentimento della tragedia e
le emozioni dei protagonisti, una profonda dignità umana e il
senso della memoria. Esso si colloca tra due momenti, il fascismo e
il dopo guerra. Di fronte alla tattica temporeggiatrice di Gandin un
gruppo di ufficiali armati si presentò al comandante intimandogli
di rifiutare l'ultimatum. Quest'ultimo indisse in tutti i reparti un
referendum che ebbe come risultato il rifiuto della resa. Si trattò
di iniziative uniche, democratiche e consapevoli, che testimoniano il
cambiamento di mentalità in migliaia di italiani cresciuti nell'esaltazione
del fascismo e del nazismo. Il sacrificio dei soldati italiani fu un
atto di fedeltà, non al fascismo, ma al re e alla patria, determinato
da un radicato senso del dovere e dell'onore, da una profonda solidarietà.
Questo libro non aggiunge nulla alla ricostruzione storica ma offre
una grande varietà di spunti e riflessioni per lo studio storico.
ALFIO
CARUSO, ITALIANI DOVETE MORIRE
Il libro di Caruso offre al
lettore una dettagliata descrizione dei fatti che avvennero dopo quel
tragico 8 settembre, ripercorrendo la storia della divisione Acqui ,
dal suo sbarco a Cefalonia ( 29 aprile 1941), fino al suo massacro.
"Italiani dovete morire": già dal titolo, il quale
si configura alquanto emblematico e di sicuro impatto, si possono trarre
alcune considerazioni. Esso risuona come una minaccia rivolta ai "traditori"
italiani, accusati dai tedeschi di aver rotto l'alleanza che li legava
, ma può essere visto anche come un inquietante accenno allo
stato di abbandono che sperimentò a sue spese la divisione di
Gandin.
In questo libro Alfio Caruso ci offre una nuova interpretazione dei
fatti di Cefalonia criticando il comportamento tenuto dallo Stato sia
durante che dopo il conflitto. Questo atteggiamento infatti, denota
una mancanza di rispetto nei confronti dei soldati caduti, partiti per
servire il proprio Paese, ai quali, per anni, non è stato concesso
nemmeno il ricordo. Il versante giudiziario italiano si è dimostrato,
in questo senso, inconcludente e controverso a differenza di quello
americano che, per un fatto analogo, non ha esitato a emanare pesanti
sentenze quali condanne a morte ed ergastoli.
Le conclusioni di Caruso giudicano molto pesantemente l'Italia, "un
Paese i cui tribunali civili e militari per dodici anni sono stati impegnati
nel decidere se a Cefalonia fossero stati commessi i reati di rivolta,
di cospirazione e di insubordinazione...", mossa più da
considerazioni "di politica internazionale" che dalla volontà
di fare piena luce sugli eventi.
Ma probabilmente il vero merito del libro è quello di portare
alla luce un dramma aperto a diverse interpretazioni e del quale alcuni
aspetti forse non sono ancora chiari, ma che comunque è avvenuto.
"Non crediamo che i morti e i vivi di Cefalonia cerchino vendette
o rivalse giudiziarie. Forse a loro basterebbe essere ricordati. Ne
hanno tutti i diritti."
La trama, in dettaglio: nel libro vengono descritte le vicende della
Divisione Acqui. A partire dal 29 aprile 1941, la divisione viene mandata
di presidio nelle isole Ionie, in parte a Corfù e la restante
parte a Cefalonia. A comandarla, nel giugno 1943 Mussolini designa il
generale Antonio Gandin, decorato dai tedeschi sul fronte russo con
la croce di ferro e che "ha fama di tedescofilo" (scrive Caruso),
perciò ritenuto in grado di intrattenere buoni rapporti con l'allora
alleato germanico. L' occupazione è condotta alla buona. Le isole
non hanno aeroporti e neppure piste per atterraggi. L'Acqui è
fornita soprattutto di muli, asini, qualche cavallo e pochissimi automezzi.
Il morale delle truppe si mantiene buono fino a metà '42, quando
le notizie provenienti dagli altri fronti cancellano il sogno di una
pace imminente o quello di una vittoria. Nel novembre '42 l'aumentata
pressione degli alleati nel Mediterraneo muta il valore strategico di
Cefalonia che assume notevole importanza. Gandin si dedica a valutare
il potenziale bellico della divisione e delle altre unità al
suo comando per contrastare un eventuale sbarco alleato. Arriva il 25
luglio 1943 e con la caduta del fascismo, la legione Camicie Nere aggregata
alla divisione viene richiamata in Italia. Nel frattempo i tedeschi
preparano il piano "Asse" che prevede il disarmo totale con
la forza delle forze armate italiane in caso di armistizio. Reso noto
l'armistizio con gli alleati, i comandi italiani diramano ordini confusi
e contraddittori, e di conseguenza, ogni comandante deve trattare con
i tedeschi che, invece, attuano in modo sistematico un piano già
valutato. Ma il relativo isolamento del luogo da uno stretto impedisce
che i tedeschi, presenti sull'isola ma non in numero preponderante,
possano procedere con la stessa velocità che altrove. In compenso
le notizie, sia pur frammentarie, arrivano via radio dalla terraferma,
e anche dall'Italia, mentre latitano gli ordini precisi del Comando
Supremo. La truppa, cui le circostanze hanno dato la possibilità
di maturare una volontà di rivincita che, unito ad un sempre
più diffuso sentimento antitedesco, spingerà molti uomini,
tra cui diversi ufficiali, a sfiorare ed in alcuni casi a varcare i
limiti dell'ammutinamento. Anche tra i tedeschi vi sono incertezze,
dovute principalmente al fatto che il loro comandante, Hans Barge, ritiene
di riuscire a disarmare il presidio italiano con le trattative, mentre
il comandante del XXII corpo d'armata da montagna generale Lanz, e soprattutto
Berlino, premono per una soluzione rapida ancorché cruenta. Procedono
comunque le trattative ma nonostante ciò , i tedeschi procedono
a disarmare i capisaldi italiani nella penisola di Paliki, a nord-ovest
dell'isola e due batterie di artiglieria puntano aprono il fuoco contro
unità tedesche costringendole ad allontanarsi. I capitani Apollonio
e Pampaloni affrontano Gandin ed il vicecomandante generale Gherzi in
un faccia a faccia oltre i limiti dell'insubordinazione. La tensione
cresce; in una circostanza, l'auto di Gandin viene fatta segno di una
bomba a mano lanciata da un carabiniere, a significare lo stato di esasperazione
ed esaltazione che una parte assai consistente del presidio italiano
aveva verso qualunque nemico, vero o supposto. Tra posizioni alterne,
quelle rinunciatarie assunte da Gandin per guadagnare tempo in attesa
di ordini ed improbabili aiuti e quelle favorevoli ad una soluzione
di forza immediata della truppa e di una parte significativa degli ufficiali,
i giorni scorrono fino al 14 settembre, data in cui tramite una sorta
di referendum, viene rigettato l'ultimatum tedesco. Iniziano le ostilità
e l'iniziale vantaggio numerico ( si parla di 6 a 1 ) che aveva spinto
molti soldati a sperare in una vittoria, si rivela illusorio, infatti
i tedeschi possono contare sull'aviazione: tutte le speranze ben presto
si sgretolano sotto le bombe degli Stuka. L'Acqui resiste comunque una
settimana. Il 22, dopo la capitolazione delle truppe italiane, Gandin
e la stragrande maggioranza degli ufficiali superstiti viene fucilata
e molti militari di truppa subiscono la stessa sorte nei giorni immediatamente
successivi. Tre navi, stipate di circa 2800 uomini finiscono sulle mine
mentre sono dirette a Patrasso. Pochissimi i sopravvissuti. Dopo il
massacro, il capitano Apollonio si presenta ai tedeschi e, nonostante
avesse una taglia di 5000 marchi, non viene fucilato, ma rimandato tra
gli italiani. Da qui accuse di doppio gioco con risvolti anche giudiziari,
nonostante le quali "Apollonio uscirà indenne al punto di
concludere la sua carriera nell'esercito con il ruolo di generale di
divisione". Dubbi anche sul capitano Pampaloni che, avendo passato
il suo tempo dopo il massacro con i partigiani greci (ELAS), è
sospettato di filocomunismo. L'11 novembre 1944, due cacciatorpediniere
italiani, riportano in Italia in un clima di aperto attrito con i partigiani
dell'ELAS il Raggruppamento Acqui, compreso l'armamento pesante, due
gruppi di cannoni ripresi ai tedeschi. Sarà "l'unica unità
italiana alla quale gli anglo-americani consentono di tornare a casa
armata e con la bandiera. Un privilegio costato 9406 morti." Nei
capitoli finali, viene fatta un'analisi del seguito giudiziario, compreso
l'esito del Processo di Norimberga nel quale furono giudicati 12 alti
ufficiali tedeschi. La pena più grave fu quella inflitta a Lanz:
12 anni per la fucilazione di Gandin e del suo Stato Maggiore. Ne scontò
solo cinque. In Italia il seguito fu affidato ai tribunali militari,
partendo dalle denunce di due genitori di ufficiali. A fronte di trenta
militari tedeschi accusati di reati gravissimi, ventisette italiani
furono processati, e Caruso stigmatizza ampiamente la vicenda. Infine
nel 1957, tutti gli imputati italiani vennero prosciolti, insieme a
ventuno dei trenta tedeschi. Gli altri rimasero comunque impuniti per
sopravvenuta morte o impossibilità di identificazione.
TESTIMONIANZE...
DA ALCUNI GIORNALI E DAI SITI WEB
Il racconto inedito di un ufficiale della divisione Acqui decimata dai
nazisti nell'isola greca dopo l'8 settembre
"Nell'orrore di Cefalonia scampai alla furia tedesca"
di MARIANO
BARLETTA
Dalla
tragedia di Cefalonia, dove la divisione Acqui fu massacrata dai tedeschi,
affiora la testimonianza di uno scampato, Mariano Barletta, scomparso
nel 1984. Il figlio dell'autore l'ha "donata" al sito Internet
dell'Anpi. Questo è il capitolo che racconta l'eccidio.
GIUNSE
poco dopo un ufficiale tedesco in motocicletta seguito da un'autocarretta
e, appartatosi a dare segrete istruzioni al capo pattuglia, ordinò
poi che noi ufficiali vi montassimo. Qualcuno domandò se ci era
consentito portare i bagagli ed egli, dopo breve esitazione, rispose
di si, purché avessimo fatto presto.
Alla svelta, con i miei tre amici e Baldini, ritornai nella casa, misi
la coperta a tracolla e, reggendo da un lato la valigia e dall'altro
l'involto fui di nuovo sulla strada.
"Comandante" - mi disse Baldini mentre tra i primi montavo
sull'autocarretta - "Posso venire anch'io?"
"Mio caro, se è per me vieni pure!"
Visto che nessuno vi si opponeva egli montò felice di non separarsi
da me.
Nel frattempo, sopraggiunse il maggiore Pica con i suoi artiglieri e,
constatato che sull'autocarretta c'era la mia ordinanza, ritenne che
ciò per un'esplicita autorizzazione e, soddisfatto che i tedeschi
ci usassero tanto riguardo, chiamò il soldato al suo servizio
e gli disse di seguirlo.
L'autocarretta si mise in moto e, traballando per il sovraccarico di
uomini e per le affossature della strada, si avviò verso Faraò;
oltre l'autista, erano con noi due soldati dei quali uno, armato di
mitragliatrice, portava a tracolla un lungo nastro di lucidi proiettili.
All'altezza della bicocca ove si erano acquartierati i miei marinai,
superammo con difficoltà un'interruzione della strada causata
da una bomba e quindi, nel più assoluto silenzio, proseguimmo
lentamente verso l'ignota destinazione.
Era convincimento di ognuno che saremmo stati rinchiusi in qualche edificio
del capoluogo e, pertanto, grande fu la sorpresa quando, giunti al bivio
dal quale si vedeva lo sconquasso della palazzina ove era installato
il comando della batteria, l'autista anziché girare a destra
per andare ad Argostoli, girò dal lato opposto dirigendo così
verso la spiaggia di Lardigò.
"Dove ci portano?" - chiesi fra me e, come se quelle parole
non proferite avessero eco sentii che alle mie spalle si sussurrava:
"Dove ci portano? Dove ci portano?"
Superato il bivio, nel silenzio sempre più grave di noi tutti,
l'autocarretta continuò la sua lenta marcia per la strada in
discesa sotto un bel cielo terso, tra i campi che, assolati e spogli
per la recente mietitura, dall'uno e dall'altro lato degradavano a terrazze.
Io che ero in piedi, alle spalle dell'autista, cominciai a vedere l'estrema
punta di Lardigò, il mare e l'isolotto Verdini con l'alto faro
che si stagliava netto nel barbaglio dell'acqua: il placido aspetto
della natura faceva contrasto all'arrovellarsi della mente, al tumulto
del cuore.
Ad una svolta, c'imbattemmo nel capitano commissario Pozzi e nel tenente
Seggiaro, comandante della 208 che tranquillamente risalivano a Faraò.
Meravigliato, come se non sapesse che la situazione era irrimediabilmente
disperata fin dalla sera precedente, con molta ingenuità Pozzi
domandò come mai le ostilità erano terminate così
presto. Mentre qualcuno gli diceva che non si poteva fare diversamente,
l'autocarretta si fermò ed uno dei tedeschi, avvicinatosi ai
due, li disarmò e s'impossessò dei loro oggetti di valore
fra i quali faceva spicco il vistoso orologio d'oro del capitano.
Compiuta quell'ennesima rapina il soldato che pareva avesse la facoltà
di comandare, ci ordinò di scendere dall'auto carretta. Restammo
sorpresi: perché mai se dall'uno e dall'altro lato della strada
non c'erano che campi deserti? Che compito avevano quei tre soldati?
Ad uno ad uno venimmo giù e già pensavo con cruccio alla
marcia chi sa quanto lunga, che forse avrei dovuto compiere sotto i
dardeggianti raggi solari, col pesante scomodo bagaglio quando con nostra
maggiore sorpresa ci fu ordinato di deporre valigie, cassette, fagotti
sul ciglio della strada e di disporci in fila indiana.
Senza scambiare tra noi neanche un'occhiata, ci allineammo sotto lo
sguardo arcigno di quei tre cavalieri della nuova apocalisse e ci ponemmo
in marcia, discendendo verso il mare; uno dei tedeschi era in testa,
quello con la mitragliatrice era in coda. Ad un tratto, un ufficiale
non si trovò più allineato ed il tedesco che fuori riga
sorvegliava che tutto procedesse secondo il suo sinistro proposito,
si adirò, proruppe in roche parole di rabbia, poi tutto ritornò
nell'apparente tranquillità di prima: si udiva soltanto lo scalpiccio
dei passi ed il frinire delle cicale.
All'improvviso, il capofila volse a destra e saltò in un campo
e noi, per non dare pretesto ad una feroce rappresaglia, lo seguimmo
mansueti avendo cura di mantenerci allineati onde evitare che l'iracondo
soldato si adirasse.
Ero al terzo posto; quando tutti fummo nel campo, il capofila sostò
e, prima ancora che potessi rendermi conto di ciò che si preparava
vidi un capitano che mi precedeva alzare le braccia e gridare:
· "Kamedad! Kamerad!" -
Mi
volsi istintivamente a destra e quanto vidi mi fece raccapricciare:
il tedesco che ci aveva seguiti con la mitragliatrice ed il luccicante
nastro di proiettili a tracolla era a cinque, sei metri da noi, disteso
a terra, davanti all'arma già postata sul bipede e si accingeva
a fare fuoco.
In un attimo mi fu chiaro ogni cosa ed ogni mia residua illusione, ogni
mia estrema speranza si spense nella morsa che mi strinse il cuore.
Ora sapevo bene dove mi avevano condotto quei tre masnadieri travestiti
da soldati: ero alle soglie del sonno eterno!
Fortemente turbato, non pensando alla vanità della protesta verbale,
mi unii all'alto coro esecrante degli altri che cercavano far valere
il nostro diritto alla vita, ma quel tale dei tre che aveva la facoltà
del comando, ripeteva inflessibile:
"Nein, nein!"
Quante volte, esposto al pericolo, avevo pensato che anche per me potesse
scoccare in guerra l'ora suprema e quasi mi sentivo pronto al duro evento,
ma ora che l'ipotesi si era tramutata in realtà, ora che la nera
costellazione culminava sul mio orizzonte e mi diceva: - "Vieni!"
- quanto travaglio della mente, quant'agitazione dell'animo!
Morire! ... Si, presto o tardi tutti dobbiamo morire ed il pensiero
della morte è sempre presente a chi non vive di solo pane, ma
quanta tristezza lasciare la vita a quel modo! Con l'avidità
di chi sta per perdere un sommo bene e vuole goderne il più che
sia possibile, con rapidità vertiginosa vidi le arene vicende
della mia vita; vidi l'infanzia triste, la grama fanciullezza, la travagliata
adolescenza, le prime faticose affermazioni, l'avvenire che avevo sognato
e te, Mamma, vidi e vidi te, Nerina, povere donne, piangerebbe lacrime
ancora più amare, e voi due, Elio e Lucio, teneri virgulti, vita
della mia vita, ai quali tanto ancora dovevo e nulla più potevo
dare, neanche la dolcezza accorata di portare crisantemi ad una tomba.
O anime care al mio cuore, o piccole grandi cose che foste l'essenza
dei giorni miei, addio, addio!
Quanto durò il tumultuoso ricordare, il rapido susseguirsi d'immagini
che si rincorrevano come onde spumeggianti di un mare in tempesta? Non
lo so. Per l'ultima volta il mio sguardo incontrò Neri, poi la
mitragliatrice cominciò a sgranellare il nastro di proiettili
e subito vidi Baldini, che mi stava accanto, sollevare le braccia ed
abbattersi col viso contratto; nello stesso istante, come se l'avessi
già progettato o qualcuno, in quel momento estremo, me l'avesse
suggerito, mi lasciai cadere bocconi, come per morte istantanea, e mi
mantenni inerte sul terreno.
Alla sventagliata della mitragliatrice seguì un profondo silenzio.
Ero disteso con la gamba destra allungata, la sinistra leggermente piegata
nel ginocchio, le braccia in lieve arco intorno alla testa e le mani
come rattrappite; trattenendo il respiro, quasi reprimendo i battiti
del cuore, procuravo che ogni cosa avesse in me l'aspetto dell'abbandono
esanime della morte. Attraverso le palpebre socchiuse nulla potevo vedere
oltre il palmo di terriccio a contatto del viso, né percepivo
voci o rumori: unico segno di vita il monotono frinire delle cicale.
In quel breve silenzio, che per me fu lungo quanto lo sono i secondi
nei momenti gravi, sentendomi illeso e non ascoltando lamenti o respiri
difficoltosi, mi domandai se tutta quella faccenda non fosse una diabolica
burla di quei tre soldati, ma ebbe breve durata quella troppo ingenua
supposizione. Presto avvertii il rantolo dei moribondi e, poco lontano,
alla mia destra, un sordo stridore, uno scatto metallico, ed infine
un cupo sparo: il soldato tedesco che con tanta perizia ci aveva condotto
a morire, che alle nostre proteste aveva risposto inflessibile: - "Nein,
nein!" - quello stesso soldato, in ossequio alle leggi umanitarie
della guerra, veniva a darci il colpo di grazia, lui tanto buono, per
non farci soffrire!
Dopo ognuna di quelle esecuzioni supplementari, sentivo i lenti passi
striscianti del pio giustiziere che si avvicinava.Davanti alla mitragliatrice,
con l'animo stretto da grande angoscia, non mi fu certamente facile
conservare il sangue freddo e superare il terribile istante oltre il
quale mi attendeva la morte, ma quanto mi fu più difficile rimanere
inchiodato lì, a terra, pieno di vita, col cervello più
lucido che mai, senza contrarre un muscolo, senza un battere di ciglio
e attendere, per la seconda volta, che si compisse il destino.
La trepidazione giunse all'apice. Dai passi avvertii che il soldato
si appressava, che si era fermato non lontano da ma dal lato dei piedi;
dallo stridore metallico mi resi conto che il proiettile veniva immesso
nella canna, ed infine udii il cupo fragore: per la seconda volta ero
illeso; ritenendo forse che già fossi nel mistero dell'oltretomba,
il soldato aveva diretto il colpo ad uno dei due infelici morituri che,
ciascuno per lato, mi stavano accanto.
Seguirono ancora altri spari poi l'esecuzioni complementari terminarono
e lo scalpiccio del pio giustiziere si perdé lontano, ma io continuai
a rimanere immobile, come per una gara di resistenza, mentre, per lo
stato emotivo e la forte radiazione solare, il sudore gocciolava copioso
lungo l'orlo della visiera ed il rantolo dei moribondi, dapprima lieve,
si faceva sempre più roco e straziante.
(25 aprile 2001)
Si rompe in Germania la "congiura del silenzio" sull'assassinio
dei 5000 soldati italiani: due diari rivelano particolari raccapriccianti
La strage di Cefalonia con gli occhi degli aguzzini
"Li portano vicino al ponte e li fucilano. Le grida arrivano fin
nelle case dei greci"
DAL NOSTRO
CORRISPONDENTE
BERLINO
- Il massacro di Cefalonia raccontato dalla parte dei carnefici. L'assassinio
sistematico di cinquemila soldati italiani della Divisione Acqui, che
si erano già arresi ai tedeschi dopo l'8 settembre 1943, nella
testimonianza di alcuni alpini della Wehrmacht, che videro l'orrore
e vollero confidare ai diari personali il disgusto e l'onta: "È
una vergogna come si comportano i soldati tedeschi". Si rompe per
la prima volta in Germania la congiura del silenzio. Grazie a due ex
soldati dell'esercito hitleriano e ad alcune testimonianze inedite,
la strage dell'isola greca può essere adesso ricostruita in tutta
la sua agghiacciante brutalità. Il diario dell'alpino Waldemar
Taudtmann e del suo superiore, Alfred Richter, sono al centro della
puntata di History, programma di storia della Zdf, che la seconda rete
pubblica tedesca dedica questa sera a uno dei crimini più efferati
e meno conosciuti della Seconda Guerra Mondiale.
La Süddeutsche Zeitung ne ha anticipato ieri ampi estratti. "Non
si faranno prigionieri, tutto ciò che appare davanti agli occhi
verrà abbattuto", nota Taudtmann sul suo quaderno, la mattina
del 20 settembre. È il prologo della mattanza. L'ordine è
verosimilmente venuto da Hitler in persona, anche se l'altro testimone,
il sottufficiale Richter, preferisce non crederci: "Dubito - scriverà
due giorni dopo, a scempio già compiuto - che un simile ordine
sia mai arrivato, penso piuttosto all'ubriacatura dispotica dei comandanti,
per i quali la vita delle persone non è che un numero".
E i numeri di Cefalonia sono tali che anche alcuni fra i tedeschi ne
rimangono atterriti. "Fucilati, abbattuti, calpestati con gli scarponi
da montagna, gli uomini dell'artiglieria costiera giacciono ancora ai
loro posti", annota Richter il 21 settembre, nel vedere i corpi
senza vita dei soldati di una postazione italiana. Una giornata tragica,
la prima dell'autunno 1943. Al mattino, il 98mo reggimento del III battaglione
degli alpini tedeschi riceve l'ordine di attaccare la città di
Diglinata e neutralizzare le due compagnie italiane che la controllano.
Ma lo scontro in pratica non c'è. Ecco il racconto di Richter,
in forza a un'altra unità: "Vengono sparati soltanto pochi
colpi, poi gli italiani agitano i fazzoletti bianchi e cominciano a
venir fuori a gruppi, correndo. Ma quando noi raggiungiamo l'altura,
li troviamo tutti per terra, morti, sono tutti stati colpiti alla testa.
Quelli del 98.mo li hanno dunque uccisi dopo che si erano arresi".
Ma l'esperienza peggiore è quella del pomeriggio, quando il battaglione
di Richter accetta la resa di altre due compagnie di alpini degli ex
alleati: "Non vogliono combattere contro di noi e pensano di aver
salvato la vita arrendendosi. Torniamo a Frangata e consegniamo i prigionieri.
Ma qui li attende una sentenza terribile. Li portano vicino al ponte,
nei campi recintati da muri fuori dalla città, e li fucilano.
Rimaniamo due ore sul posto e per tutto il tempo sentiamo i colpi senza
interruzione..., le grida arrivano fin nelle case dei greci. Anche medici
e preti partecipano alle esecuzioni... Un gruppo di soldati bavaresi
prova a rifiutarsi, ma un ufficiale li minaccia di mettere anche loro
al muro. Fa una figura tragicomica un prigioniero, che si salva la vita
salendo su una pedana e cantando con bella voce arie d'opera italiana,
mentre i suoi compagni vengono uccisi".
Cefalonia non fu il primo, né l'ultimo crimine di guerra di cui
si macchiarono gli alpini nazisti in Grecia. Come spiega alla Zdf lo
storico di Colonia Carlo Gentile, già nell'agosto 1943, nel villaggio
di Kommeno, oltre 300 persone, in pratica l'intera popolazione, erano
state trucidate, molte donne violentate e poi bruciate vive. Mentre,
il 4 ottobre dello stesso anno, un altro commando di "Gebirgsjaeger"
fucilò il generale italiano Ernesto Chiminello e 130 ufficiali:
"I loro corpi - è sempre il diario di Richter a riferirlo
- furono gettati in mare con delle pietre appese alle gambe".
Alla congiura del silenzio, che per oltre cinquant'anni ha tenuto nascosti
i dettagli di Cefalonia, hanno contribuito, come spiega la Süddeutsche
Zeitung , "le associazioni degli ex combattenti, la giustizia e
anche apparati governativi". Così, un'indagine dei giudici
di Dortmund del 1965 non venne mai resa pubblica. E, nel 1973, una richiesta
di intervista della Rai al procuratore coinvolto, complice anche il
rifiuto del ministero degli Esteri, venne rifiutata.
(Paolo
Valentino, Corriere della Sera, Domenica 25 marzo 2001)
L'orrore
e l'orgoglio dei reduci.
"Urlammo: non siamo vigliacchi"
Sull'isola dell'eccidio dei diecimila soldati italiani con il presidente
Ciampi e cinquanta sopravvissuti
CEFALONIA - Il vento freddo scende dalle montagne, ma il gelo di Nicola
Russigno, 80 anni, arriva dalla memoria. "Quando lo racconto, non
mi credono. Eppure su quest'isola, nel settembre del 1943, c'erano i
miei colleghi ufficiali che si offrivano volontari per la fucilazione.
"Vado io, così la facciamo finita". C'era quasi una
gara per andare prima degli altri davanti al plotone. Ecco, se si capisce
una cosa come questa, si può comprendere cosa sia stata la tragedia
di Cefalonia".
Quella di Nicola Russigno, sottotenente di Taranto, è una delle
11.500 storie italiane di quest'isola greca che sembra troppo piccola
per una guerra così crudele. Diecimila soldati assassinati dall'
esercito tedesco, e gli altri millecinquecento che da allora vivono
nel loro ricordo. "Quella è la Casetta Rossa. Non era così,
allora, ma ha mantenuto lo stesso colore. Io e gli altri ufficiali fummo
portati lì, dopo la resa. Appena scesi dal camion abbiamo capito
tutto. C'era il prete, don Formato, con la croce in mano che confessava
e benediceva. Ci prendevano quattro alla volta, ci portavano sull'orlo
di un fosso, e sparavano. Così i corpi sparivano. Per questo
tanti si sono offerti volontari: meglio morire subito, che stare lì
in agonia. Io mi sono salvato perché ero nell'ultimo gruppo.
Avevo già dato una fotografia a don Formato, perché la
mandasse a mio pare, e il prete si è messo a gridare: "Basta,
soldati tedeschi. Ne avete ammazzato abbastanza, state fucilando da
questa mattina. Salvate almeno questi ultimi". E così ci
hanno tenuti come prigionieri".
Sono rimasti solo gli eucalipti, a ricordare quel settembre di guerra.
Prima le bombe dei tedeschi, poi il terremoto del '53, hanno cambiato
il volto di Argostoli, il capoluogo dell'isola. Solo questi alberi profumati
permettono di rintracciare il viale che allora si chiamava Principe
di Piemonte. Partiva da piazza Valianos e arrivava a San Teodoro, dove
adesso c'è il monumento ai Caduti italiani, e la fanfara suona
"Fratelli d'Italia" davanti al Presidente.
Nel cuore dei cinquanta soldati di allora, portati sull'isola da un
aereo dell'Aeronautica militare, l'orgoglio oggi è più
forte della tristezza. Dopo Sandro Pertini, che venne qui nel 1980 e
disse che questo olocausto è stato dimenticato "per omertà
tedesca e ignoranza italiana", adesso Azeglio Ciampi, davanti alle
pietre di granito nero, ripete che "qui è nata la Resistenza
italiana". Ci sono gli elicotteri pronti per portare i reduci a
pranzo sull' ammiraglia Garibaldi.
"Aerei, elicottero, navi. Fossero arrivati allora". Luigi
Baldassari, classe 1916, è tornato qui dalla Valsugana. "Abbiamo
deciso di resistere, di non consegnare le armi ai tedeschi, soprattutto
perché, di quelli là, non ci fidavamo. E poi il governo
che era in esilio a Brindisi aveva detto: resistete. Gli ufficiali,
soprattutto quelli di grado più basso, ci dicevano: bisogna fare
qualcosa, dobbiamo guadagnarci dei meriti. Se combattiamo contro i tedeschi,
gli Alleati arriveranno a darci una mano, e così potremo tornare
a casa presto. Ma siamo stati fregati. Il Re? Non sapevamo nemmeno che
fosse scappato, in quei giorni. Eravamo stanchi della guerra, ma non
volevamo fare la figura dei vigliacchi di fronte ai tedeschi. Così,
in una sola notte, tutti noi soldati abbiamo detto agli ufficiali: non
ci arrendiamo".
Amos Pampaloni, l'uomo che per primo ordinò il fuoco della sua
batteria contro tre zatteroni tedeschi che portavano carri armati e
uomini in rinforzo alla Wehrmacht (in sfregio alla tregua concordata)
anche oggi ha idee precise. "Non ci sarebbe stato il massacro se
il Re, invece di scappare, avesse dichiarato subito la guerra alla Germania.
In quel momento, sull'isola, c'erano 11.500 italiani e 3.000 tedeschi.
E invece no, siamo rimasti lì ad aspettare, e intanto la Wehrmacht
organizzava la sua aviazione. Le scuse della Germania per il massacro?
A cosa servono, ormai. Diamoci da fare, invece, per fermare le quaranta
guerre che anche oggi si possono contare nel mondo".
L'ex capitano ce l'ha anche con il romanzo dell'inglese Luis de Bernieres,
"Il mandolino del capitan Corelli", che ha ispirato un film
che presto sarà nelle sale. "Ho letto il libro, e posso
dire che è razzista. Sarei io, il capitano Corelli, e dal mattino
alla sera non farei altro che suonare il mandolino, organizzando concerti
e cori, con qualche vacanza al mare con le prostitute. Sì, ho
saputo che al presidente Ciampi il libro invece sarebbe piaciuto, e
io gli ho detto: "Lei il libro l'ha solo sfogliato, vero?",
e lui si è messo a ridere".
Ci sono anche i figli dei morti, oggi sull'isola. "Mio padre, Egidio
Gelera, è caduto su quella montagna là, tutta sassi. Come
potevano scappare agli Stukas? Quella gola si riempì di morti.
Mio padre l'ho visto quando avevo sette anni, era venuto in licenza,
e mi portò con lui a caccia". Inni e preghiere anche davanti
al monumento dei Caduti greci, poi una corona di fiori viene gettata
in mare dal Garibaldi per ricordare coloro che morirono nelle navi in
fuga, dilaniati dalle mine. Suona il silenzio, e un plotone scarica
tre raffiche in aria. Qualcuno di coloro che sono tornati, con la scritta
"Reduce" sul petto, tenta un saluto militare. Altri si mettono
a piangere, come Domenico Bellaria di Termini Imerese. "Io quei
morti in mare li ho visti. E i tedeschi sparavano ai sopravvissuti".
Le tre raffiche portano tutti indietro, a quel settembre del '43, quando
l'uva era matura e i camion scaricavano i prigionieri italiani alla
fine del viale degli eucalipti. Figli e nipoti sostengono i vecchi.
"Io vorrei avere un'ora in più, su questa isola", dice
il sottotenente Nicola Russigno. "Quando i tedeschi mi presero,
io non consegnai loro la pistola. L'avevo nascosta in un bosco, perché
speravo di riprenderla, di vendicare la strage. So dov'è e vorrei
portarla a casa, la mia Beretta, ricordo di quei giorni". E delle
notti in cui, nella vicina Itaca, si guardavano i fuochi di Cefalonia,
senza sapere che si stavano bruciando dei soldati italiani.
(JENNER
MELETTI La Repubblica2 marzo 2001 )
ECCIDI
Avviata la raccolta di firme per ottenere dal governo tedesco un atto
formale che renda onore ai soldati italiani trucidati nell'isola greca
nel '43. Intanto emergono i verbali di un'istruttoria archiviata
CEFALONIA:
11.700 motivi per chiedere scusa
di AURELIO
LEPRE
L'armistizio
dell'8 settembre 1943 mise gli ufficiali e i soldati italiani, soprattutto
quelli che si trovavano all'estero, in una situazione drammatica. Non
furono, infatti, impartiti ordini; fu detto solo, nell'annunciare l'armistizio,
che le truppe avrebbero reagito con le armi contro eventuali attacchi,
da qualsiasi parte fossero venuti. L'isola di Cefalonia era presidiata
dalla divisione Acqui. La notizia dell'armistizio colse i suoi uomini
di sorpresa. Fino ad allora l'attività di presidio non aveva
comportato impegni militari gravosi.
Il volto feroce della guerra si rivelò d'improvviso, nel momento
in cui si apriva una speranza di pace, e la morte venne da parte di
coloro che, fino a quel momento, erano stati considerati alleati. Per
questo, l'eccidio di Cefalonia può essere visto come uno di quei
fatti che rivelano, di tanto in tanto, la tragica ironia della storia.
La divisione Acqui era sola, in un territorio diventato improvvisamente
nemico. In condizioni difficilissime, 11.700 uomini dovettero compiere
una scelta. Erano stati abituati, quei soldati, a obbedire agli ordini;
le circostanze li costrinsero a scegliere senza avere nessun altro punto
di riferimento che il proprio senso dell'onore.
Avevano giurato fedeltà al re e mantennero fede al giuramento,
nonostante fossero stati abbandonati a se stessi.
I cinquemila, tra ufficiali e soldati, fucilati dopo essere stati imprigionati,
furono vittime di una strage che violava ogni legge di guerra, perché
non vennero uccisi in battaglia, ma quando si erano già arresi.
L'eccidio di Cefalonia può essere perciò paragonato a
quelli commessi contro i civili disarmati a Marzabotto, alle Fosse Ardeatine,
a Civitella Val di Chiana.
I morti di Cefalonia sono rimasti a lungo dimenticati. Sarebbe però
ingiusto dire che questa perdita di memoria è dovuta alla volontà
di nascondere l'apporto dei monarchici alla lotta contro il nazismo.
Gli storici della Resistenza hanno ricordato non solo l'attività
delle loro formazioni, ma anche il contributo di conoscenze tecniche,
spesso fondamentale, che gli ufficiali rifugiatisi sulle montagne diedero
ai primi reparti partigiani.
Sono rimaste, invece, nell'ombra le vicende delle centinaia di migliaia
di militari che al momento dell'armistizio si trovavano oltre le frontiere.
La loro storia è ancora tutta da scrivere. Intanto, è
giusto ricordare il sacrificio della vita che gli uomini dell'Acqui
offrirono all'Italia nel tragico settembre del 1943.
(Corriere
della Sera 19.12.2000)
"Insabbiammo
la strage di Cefalonia"
ROMA
- La strage di Cefalonia, nella quale nel settembre 1943 furono massacrati
dalle truppe tedesche 6.500 soldati italiani, fu insabbiata nell'autunno
del 1956 in nome della ragione di Stato. Lo riconosce il senatore a
vita Paolo Emilio Taviani, 88 anni, all'epoca ministro democristiano
della Difesa, in un'intervista che appare oggi sul settimanale "L'Espresso".
A Cefalonia i soldati della divisione Aqui furono selvaggiamente massacrati
dopo essersi arresi. L'ordine, impartito da Hitler, venne eseguito con
determinazione inumana. "È stata una delle azioni più
arbitrarie e disonorevoli della lunga storia del combattimento armato",
disse il rappresentante dell'accusa al processo di Norimberga. Finita
la guerra, familiari delle vittime e superstiti si batterono perché
i 31 militari tedeschi responsabili di quell'eccidio venissero processati.
Ma la politica non permise di arrivare al processo. Nell'ottobre del
1956 Gaetano Martino, liberale, ministro degli Esteri, scrisse a Taviani,
ministro della Difesa, proponendogli in sostanza l'affossamento di ogni
percorso di giustizia. E ciò in nome della risurrezione della
Wehrmacht, cioè dell'esercito tedesco, necessario alla Nato in
funzione anti-Urss. Taviani pose una sigla di assenso sulla lettera
di Martino. E oggi non intende "minimizzare": "Il mio
consenso - ammette - contribuì certamente a creare" quella
che il settimanale definisce "la sepoltura della giustizia".
Sottolinea tuttavia che "la guerra fredda imponeva delle scelte
ben precise": "In quei giorni l'Unione Sovietica stava invadendo
l'Ungheria ... Aveva ragione Martino a prevedere che un eventuale processo
per l'orrendo crimine di Cefalonia avrebbe colpito l'opinione pubblica
impedendo forse per molti anni la possibilità per l'esercito
tedesco di risorgere dalle ceneri del nazismo...".
Dura la reazione della medaglia d'argento al valor militare Amos Pampaloni,
uno dei pochi sopravvissuti alla strage: "Il senatore Taviani si
dovrebbe solo vergognare. È da tempo che sapevo del suo tacito
assenso sull'insabbiamento dell'inchiesta della magistratura militare
sull'eccidio di Cefalonia, cosa che oggi rivendica quasi come un'azione
meritoria compiuta in nome di una ragione di Stato a mio giudizio incomprensibile".
"La cosa ancora più grave - ha detto ancora Pampaloni -
è che negli anni Cinquanta non solo fu insabbiata la strage di
Cefalonia, ma anche le inchieste di altri 690 crimini nazifascisti".
Ma dell'insabbiamento di tali crimini Taviani non sa niente. "La
tragedia di Cefalonia, orribile, feroce, inumana - dice - era stata
provocata dalla guerra, era una coda della guerra, un qualcosa che era
avvenuto tra militari. Ben diverso lo sterminio di civili, bambini,
donne, vecchi, uomini, gente indifesa, uccisa spesso neanche per rappresaglia.
No, io non detti quell'ordine, non l'avrei mai dato neanche per ragioni
di Stato".
(La Nazione, 10.11.2000)
INCHIESTA
Il
capitano Pampaloni: "Nel dopoguerra nessuno volle ascoltarci, nemmeno
in Italia"
"La
raccolta di firme per ricordare le migliaia di militari italiani massacrati
a Cefalonia dalla Wehrmacht dopo l'8 settembre del '43 è un atto
importante, ma rimaniamo perplessi sulla sua efficacia". Amos Pampaloni
e Marcello Venturi, per anni gli unici a conservare, attraverso strade
diverse, la memoria storica di quell'episodio di guerra, uno dei primi
della Resistenza, manifestano entrambi il loro pessimismo sulle reazioni
dell'opinione pubblica e dei governi italiano e tedesco, ai quali è
rivolto l'appello dei fautori della raccolta. Sono trascorsi 57 anni,
troppi, senza che da parte delle istituzioni italiane fossero prese
iniziative. E le scuse dei tedeschi, sollecitate nell'appello, per quel
massacro compiuto contro militari inermi, avrebbero il sapore di una
semplice formalità. Amos Pampaloni, fiorentino di 90 anni, era
capitano d'artiglieria e fu lui a prendere l'iniziativa contro i tedeschi
ordinando alla sua batteria di far fuoco. Lo conferma la motivazione
della medaglia d'argento assegnatagli: "Fu il primo italiano a
sparare contro i tedeschi e ad animare la Resistenza a Cefalonia".
Dopo la resa, messo al muro dai nemici per essere fucilato insieme ad
altri commilitoni, rimase ferito e si salvò fingendosi morto.
Venne aiutato dagli abitanti dell'isola che lo curarono e lo misero
in contatto con i partigiani. "Sono anni che i reduci di Cefalonia
chiedono al governo di ottenere almeno la Croce di cavalieri al merito
come quella di Vittorio Veneto assegnata ai combattenti della Prima
guerra mondiale - dice amareggiato - ma i ministri e i parlamentari
li hanno sempre ignorati. Ormai è tardi per far qualcosa".
Marcello Venturi, scrittore e storico, fu il primo, con il suo libro
Bandiera bianca a Cefalonia , pubblicato nel '63 da Feltrinelli, a descrivere
quel massacro. "Mi occupai di Cefalonia dopo aver letto un articolo
di Pampaloni - racconta -; mi recai sull'isola e riuscii a ricostruire
quel drammatico episodio". Dopo quell'opera, su Cefalonia è
ripiombato il silenzio fino a quando, la scorsa estate, una troupe americana
si è recata nell'isola dello Jonio per girare un film ispirato
a un romanzo dello scrittore inglese Louis De Bernière. Il libro,
Captain Corelli's mandolin (pubblicato in Italia da Longanesi col titolo
Una vita in debito ), ricostruisce quell'episodio descrivendo gli italiani
con i luoghi comuni cari a certi inglesi: poco coraggiosi, amanti della
musica e delle donne.
"È servito però ad attirare l'attenzione dei media
e dell'opinione pubblica su quella tragedia", afferma Venturi.
Infatti ne hanno parlato i giornali; la Rai ha trasmesso alcuni servizi
e pochi mesi dopo è uscito il libro di Alfio Caruso Italiani
dovete morire (Longanesi), che descrive nei particolari il dramma dei
militari italiani nell'isola. Proprio nel corso della presentazione
ad Acqui Terme dell'opera di Caruso, è nata l'iniziativa di presentare
la petizione per la raccolta delle 11.700 firme, un numero che corrisponde
ai militari della divisione "Acqui" di stanza a Cefalonia.
La battaglia era scoppiata il 13 settembre dopo che il comando tedesco
aveva imposto agli italiani di cedere le armi. C'erano stati alcuni
giorni di trattative promosse dai tedeschi, il cui presidio si trovava
in difficoltà per scarsità di effettivi (uno a dieci rispetto
agli ex alleati) e mezzi. In un primo tempo gli italiani, comandati
dal generale Gandin, manifestarono incertezza soprattutto perché
da Badoglio era arrivato l'ordine generico di non cedere, mentre il
comando di Atene aveva ordinato di arrendersi. Gli scontri scoppiarono
perché, nonostante le trattative in corso, i tedeschi incominciarono
a fare affluire rinforzi proprio quando Gandin aveva ordinato alle sue
truppe di abbandonare le posizioni strategiche. La resa avvenne dieci
giorni dopo: gli italiani caduti nei combattimenti furono 1300 e più
di 6000, compreso il comandante, vennero massacrati dalla Wehrmacht,
nonostante avessero deposto le armi. Soldati con le mani alzate uccisi
a colpi di mitragliatrice; centinaia di feriti scaraventati fuori dagli
ospedali e trucidati. Degli scampati, circa 3000 morirono nelle stive
delle navi affondate dalle mine durante il trasporto al Pireo.
L'eccidio fu voluto dal generale Hubert Lanz, comandante dell'armata
tedesca dell'Epiro, che in seguito si giustificò affermando che
l'ordine venne direttamente da Hitler.
A oltre sessant'anni da quel massacro le migliaia di vittime non hanno
ancora ottenuto giustizia. Di Cefalonia si occupò il Tribunale
di Norimberga ma solo perché Lanz comparve come imputato per
altri crimini commessi nell'Epiro. Nelle sue deposizioni piene di falsità,
il generale definì i militari italiani non combattenti, ma "ribelli"
e "franchi tiratori" che andavano quindi fucilati. Fu poi
la Procura generale di Dortmund a occuparsi dell'eccidio con un'istruttoria
aperta dopo l'uscita del libro di Venturi. Il procuratore di Stato Nachtweh
ascoltò 231 testimoni, tutti tedeschi tranne due italiani, Venturi
e il cappellano militare Ghilardini, e due greci. Dopo quattro anni,
nel '69 fu emanata la sentenza di archiviazione. Pochi giorni prima
il quotidiano tedesco Die Welt aveva criticato duramente il libro di
Venturi definendolo "la solita falsa campagna contro l'esercito
tedesco". Ma se l'archiviazione di Dortmund venne data per scontata,
è sconcertante il fatto che in Italia non ci furono reazioni.
La nostra magistratura si era mossa prima, ma in senso contrario. L'unico
atto giudiziario su Cefalonia era stato promosso nel '54 per iniziativa
di Roberto Triolo, un giudice genovese che aveva perso il figlio in
quell'isola. In seguito alle pressioni del magistrato, dopo una lunga
vicenda giudiziaria, la Procura militare nel '57 chiese il rinvio a
giudizio di Pampaloni e di altri ufficiali italiani per aver compiuto
atti ostili contro i tedeschi e aver quindi provocato la loro reazione.
Ma alla fine prevalse il buonsenso e il giudice istruttore prosciolse
gli imputati.
"L'ex ministro Taviani ha spiegato recentemente che il governo
tacque per non irritare la Repubblica federale tedesca, alleata preziosa
durante la Guerra fredda - ricorda Venturi -. Ma secondo quella logica
non avrebbero dovuto essere ricordate neanche le vittime delle Ardeatine,
di Marzabotto e di Sant'Anna di Stazzema".
(Ettore
Vittorini Corriere della Sera 19.12.2000)
La
Bandiera di Venturi vittima di un plagio
Dopo
l'armistizio, nel settembre '43, la Divisione Acqui che presidiava l'isola
eolia di Cefalonia, fu sterminata dalle truppe germaniche per avere
gli italiani rifiutato la resa incondizionata. I militari trucidati
- erano artiglieri - furono più di novemila. E' stata una delle
pagine più drammatiche della nostra sconsiderata storia bellica,
ma fu anche quella meno ricordata a fronte di altri eventi del tempo,
incluso quello partigiano, quasi che l'essere stati uccisi con le stellette
sulla divisa gravasse come un'onta sull'intero esercito italiano.
Un regista americano, John Madden, si è ora ripromesso di ricavarne
un film, con due noti attori protagonisti: Nicholas Cage e Penelope
Kruz. Gli elementi per imbastire la trama li ricaverà da un autore
inglese, Louis De Bernieres, che sta ottenendo vasto successo con un
libro: "Il mandolino del capitano Corelli", se tradotto in
italiano. Purtroppo, già il titolo, particolarmente irridente,
dà la misura dei luoghi comuni che perseguitano gli italiani
nel resto del mondo: una chitarrata, "o sole mio", una pizza,
e il gioco è fatto: puoi anche andare "a farti morì
ammazzato".
C'è pure un'ombra di plagio in una vicenda sentimentale che molto
ricorda quella analoga del capitano Aldo Puglisi con Caterina Pariotis
nella rievocazione, proposta con precisa documentazione e sofferta partecipazione,
da Marcello Venturi in "Bandiera bianca a Cefalonia", Pubblicato
nel 1963, questo libro ebbe immediato successo e fu tradotto in quattordici
lingue. Nulla in esso fu nascosto: dallo sbando di migliaia di uomini
lasciati in balia di se stessi - qui come in altri innumeri fronti e
negli stessi confini della patria - all'estenuante tergiversare degli
alti comandi che favorirono le spietate soluzioni finali decise dall'ex
alleato. Ma proprio per questo suo crudo realismo, che aveva anche attirato
le attenzioni di Simone Wiesenthal, si giocò al nascondino perché
la bruciante verità non pareva consona con l'opportunismo politico,
almeno in quel periodo.
Ora questo libro è ricomparso nella collana: "Ventesimo
Secolo. La Storia e gli Scrittori" della casa editrice "Le
Mani" di Recco. La stessa collana, diretta da Francesco De Nicola,
che ha già pubblicato opere di Giovanna Zangrandi, Liana Millu,
Elena Bono, ha pure riproposto "Combattere con le ombre" di
Nelio Ferrando, la cui prima edizione è del 1949.
L'autore genovese, colto in Grecia dall'armistizio - era tenente di
fanteria - e rinchiuso in diversi lager tedeschi, ha descritto dal vivo
questa situazione sua e dei suoi colleghi d'arma, in pagine che restano
testimonianza dell'assurdità della guerra, delle sue atrocità,
alle quali solo si sopravvive nel nome della propria dignità
e della propria libertà interiore. Anche qui, come pure è
accaduto per la drammatica vicenda di Cefalonia, il sottile filo dei
sentimenti lega due vite, quella di Alberto e di Fula, quasi a ricordare
che il volersi bene, nel segno della comprensione e della solidarietà,
non ha confini territoriali. Sono pagine delicatissime, con un uso della
buona lingua - qui, come in Venturi - della quale si rischia oggi di
perdere ogni fragranza, che delineano anche psicologicamente figure
palpitanti e solo in apparenza fragili. Sono due libri, dunque, che
vivono anche nel segno dell'arte e non solo perché da considerare
classici della letteratura di guerra.